mercoledì 5 aprile 2017

Il Triangolo del cotechino



IL TRIANGOLO DEL COTECHINO nel 1993


MODENA - Lungo quel nastro di nebbie e di Tir che è l' Autostrada del Sole, oltre Reggio Emilia e prima di Bologna, il viaggiatore non ha bisogno di mappe per sapere dove si trovi. Il naso dice "Modena".
Dai finestrini e dalle griglie di aerazione si insinua nell' abitacolo dell' auto un odore grasso e asfissiante chiamato nel dialetto locale "sèss", ma il sesso, per una volta, non c' entra. Il "sèss" è il fetore del liquame dei maiali, l' effluvio delle centinaia di migliaia di "porc" - tre per ogni abitante della provincia - che grufolano attorno a Modena attendendo nervosamente di essere trasformati in prosciutti, salami, salsicce, cotechini, cappelli da prete, sassolini, zamponi e cotiche.
Nauseabondo per tutti, il fetore delle porcilaie è invece, per i modenesi, come il puzzo di petrolio che aleggia eternamente sopra i giacimenti fra il Kuwait e l' Arabia saudita: è l' inconfondibile segnale dell' immensa e diffusa prosperità che nel dopoguerra si è sprigionata dall' Emilia tutta e da Modena. E' il faro odorifero costruito per avvertire i naviganti che essi sono entrati nel misterioso "Triangolo del Cotechino", quella fossa delle Bermuda modenesi nelle quali sembravano fino a ieri sprofondare e scomparire senza traccia tutti i problemi sociali, economici e politici che affliggevano invece il resto della società italiana. Aspettando che passi la Peste Bianca Ancora oggi, nell' anno della Peste Bianca che sta spazzando via l' impalcatura politica italiana, arrivare nell' Emilia grassa tra Piacenza e Bologna somiglia all' approdo in un' oasi quasi immune dal contagio, in una sorta di villa di Boccaccio nella quale i modenesi, i reggiani, i parmensi si siano rifugiati per aspettare attorno a mense imbandite di tortellini, cappone in salsa verde, culatelli e zamponi che laggiù, in Italia, la peste finalmente se ne vada.
 Fino a oggi, inizio della primavera 1993, Modena e le sue vicine emiliane hanno visto un numero straordinariamente basso di scandali, arresti, avvisi di garanzia, concussi e concussori. Sulle loro teste non grava l' ombra nè di mafie, nè di licenziamenti in massa. Neppure il Leghismo, finora, ha davvero sfondato in Emilia. Una "diversità", quella modenese, ancora ben avvertibile. Merito certo degli amministratori comunisti, oggi pidiessini, che dalla fine della guerra controllano la via Emilia e, per simmetria, merito degli industriali e industrialetti che all' ombra di falci, martelli e querce hanno potuto lavorare senza volere o dover pagare troppe stecche come a Milano o senza dover affrontare scontri sindacali furiosi come a Torino.
Tutti quanti, politici, imprenditori, sindacati, contadini, tenori, fabbricanti di macchine da corsa, negozianti, massaie, intellettuali, editori, allevatori di maiali, magliai, ceramisti, tutti stretti in quel perfetto Compromesso Storico che saldava i tre lati del "Triangolo del Cotechino" modenese. A un vertice c' era l' industria, con i suoi 15 mila miliardi di fatturato annuo, oggi, di cui ben 6 mila esportati in 64 nazioni; a un altro vertice i "comunèsta" con le loro cooperative e le loro ingualcibili maggioranze, e al terzo la straordinaria, ingegnosa laboriosità dei piccoli artigiani e contadini di questa Bassa desolata e povera, nella quale una generazione fa o poco più si mangiava ancora polenta e "saracca", l' aringa affumicata appesa dondolante a un filo in mezzo alla tavola per non essere consumata dalla pressione della polenta, e i bambini rubavano di nascosto le bucce delle patate ai "ninèin", ai maialetti, per sfamarsi.
La stessa terra, e la stessa gente, che oggi danno vita a 50 mila aziende fra medie, piccole, microscopiche e vendono parti di ricambio per trattori a Indianapolis e giubbotti per ragazzi a Tokyo. Se la California era il traguardo dell' "American Dream", della fortuna improvvisa "dall' ago al miliardo", Modena è stata l' incubatrice dell' "Italian Dream" riuscito, il sogno tutto italiano di una casetta con l' acqua corrente e il gabinetto interno, la "Seicento" in cortile, due settimane a Riccione e il figlio diplomato all' Istituto Tecnico-Professionale.
Per sua immensa fortuna, e perchè elettoralmente non interessava, Modena, come Reggio o Parma, non ha subìto la terrificante generosità romana che ha risparmiato a queste province i dinosauri a partecipazione statale Eni o Iri che oggi stanno putrefacendosi addosso al Mezzogiorno da Taranto a Bagnoli, da Manfredonia a Gioia Tauro. Talmente lungo, e stabile e succulento, è stato il regno del "socialismo al burro" modenese, che la città sembra oggi quasi smarrita di fronte alla prospettiva della sua fine. A Modena non si respira il terrore del Meridione "sedotto e abbandonato" dall' assistenzialismo di Stato, o il panico discreto della Torino-Berlino senza più il suo muro Fiat-Fiom.
Camminando con vecchi amici sotto i portici di Modena e nelle piccole piazze della mia infanzia, guardando i cadetti dell' Accademia orgogliosamente anacronistici nei loro kepì e spadini, sentendo improvvisamente il profumo del sedano che sfrigola nel soffritto per il sugo di salsiccia da versare sui maccheroncini, si avverte semmai uno stordimento da dopo sbornia. Un mal di testa accidioso come di chi si sveglia da un lungo sonno e deve affrontare una giornata ancora incerta.
Tutto, fino a ieri, a Modena era certo, quando il "Triangolo del cotechino" sembrava destinato a reggere in eterno sulle basi gettate fin dal 1945. Il primo sindaco comunista dopo la Liberazione a Modena era un modestissimo partigiano fornaciaio, Alfeo Corassori, privo di istruzione formale. Le fortune politiche della sinistra Era un uomo che a stento sapeva leggere e far di conto, che infilava leggendari "potiamo" al posto dei "possiamo", che penava a tradurre in italiano il dialetto e quando voleva parlar forbito confondeva la "z" e la "s", perenne croce di ogni modenese, concludendo i suoi discorsi con comici "allora fazziamo cozì zens' altro". Corassori girava in bicicletta, non era un intellettuale, ma aveva capito benissimo che dietro i ritratti del Baffone, dietro le chiacchiere sulla "liberasione" del proletariato e i gemellaggi con i comuni ukraini, le fortune politiche della sinistra dipendevano dalla prosperità del centro e della destra. E' così è stato. La Modena liberal-cattolica-borghese brontolava. Mandava gli operai in Urss, a spese del carpigiano Crotti, per vedere di persona i guasti del "bolsevismo" e quelli tornavano più "bolsevichi" di prima. Faceva le Novene nel suo Duomo romanico per la "redenzione della Santa Russia oppressa dal giogo ateo e negatore", rabbrividiva quando vedeva i contadini seppellire il fucile nell' aia in attesa della "rivolussione" e poi tirare il collo alla gallina per festeggiare la morte del "De Gasperi troia". Ma intanto le case aumentavano, i panni si facevano più caldi, i figli andavano a scuola e i fornelli erano accesi.
Qualcuno ci aveva creduto davvero, alla "rivolussione" e ci rimase male quando capì che a furia di capponi e zamponi l' unico "rosso" che rimaneva a brillare davvero nel Modenese era quello del lambrusco. Il dirigente comunista emiliano Rubbi raccontava che il padre, vecchio militante, sgranò gli occhi quando lui gli spiegò paziente la svolta riformista del nuovo Pci e gli disse con tono d' intesa: "Beh, mo' almeno Fanfani lo mettiamo al muro?" No, neanche lui, babbo. Ma gli altri avevano capito che Modena non era Leningrado. E che i modenesi, pur tra scoppi di collera e rancori sordi, sembrano avere nel sangue il talento del compromesso profittevole e razionale, alla maniera dei mediatori in tabarro che in Piazza Grande ancora si scambiano vitelli e maiali con pacche sulle mani e le spalle, senza bisogno di notai o pretori. I segni di questa propensione naturale a chiudere un occhio e mettersi d' accordo - tipica del sensale - sono ovunque, nella storia e nei luoghi modenesi. In molti paesi della Bassa emiliana, era frequente la figura del "fiol dal prèt", il figlio del prete nato per intercessione di qualche contadina discreta.
La vecchia via delle case di tolleranza a Modena si chiamava, molto opportunamente, via dei Catecumeni, era ovvio di quale religione. E gli ebrei, nonostante i ghetti ducali e poi le leggi razziali "fasiste", hanno vissuto integrati, "modenesizzati" a fondo. Il miglior aceto balsamico della provincia è distillato nelle botticelle di rovere di casa Levi, la famiglia dei giornalisti Arrigo e Riccardo. La capacità di non prendersi troppo sul serio Alla radice della comprensione reciproca c' è naturalmente la capacità di non prendersi mai troppo sul serio.
Poche settimane addietro, sapendo che l' eccellente Università di Modena era risultata la migliore in una classifica per l' intera Italia, il Magnifico Rettore professor Vellani fu sentito commentare con inaudito spirito per il mondo dell' Accademia: se noi siamo il meglio "figùret chi èter", figurati le altre.
 In un centralissimo vicolo, una targa ricorda da un secolo alle generazioni il sacrificio di una certa "Beata Maria Regina Pedéna" che preferì la morte alla violenza di un bruto, il violento "liutaio Eleuterio Malagoli", immortalato anche lui nella stessa lapide. Ma ancora più singolare, e modenese, è il fatto che l' eroica vergine beatificata dalla Santa Chiesa fosse in realtà una fanciulla ebrea, Maria Regina Urbini, frettolosamente convertita dal Duca Francesco assai bigotto, come mi racconta un suo pronipote, lo scrittore e medico di tutta Modena da generazioni, Bruno Urbini. A poca distanza dalla lapide, vedo oggi brillare i manifesti orrendi di due cinema a luci rosse che annunciano la proiezioni del turpe "Analità Bagnata" con Moana Pozzi e dei "Vizi di una moglie erotica al drive-in". La Beata Vergine e la Moana fianco a fianco: qui tutti devono saper convivere.
Ma sopra questo tessuto di antichi istinti di tolleranza e di ironia reciproca, che induceva la Federazione del Pci a prestare le sedie per i comizi alla povera Dc quando ne aveva bisogno, soffia oggi il vento di un cambiamento non necessariamente gradito. Il famoso "regime" che nel resto d' Italia sta crollando fra le ovazioni del pubblico, nella versione modenese, non era poi così male. La macchina, anche qui unta ma sapientemente, almeno funzionava e ora che tutto è fermo, la città rabbrividisce di prodigi infausti, che sento snocciolare come una litania davanti a piatti di "maltajè coi fasò", maltagliati coi fagioli e zamponcino col purè.
Pavarotti, più conosciuto a Modena come Luciano, è giù di voce e la Ferrari è giù di cavalli, oltre che ormai tristemente anglo-torinese. Ah, povera "Mòdna". De Tomaso, salvatore un tempo della Maserati, è malato, e anche il sindaco, l' architetto genovese Beccaria, non sta bene e tutti si preoccupano affettuosamente per lui, compresi gli avversari. Addio Modena. La maglieria di Carpi non "tira più", e adesso i carpigiani vanno in Turchia e Bulgaria a farsi fare la roba da vendere, e le piastrelle di Sassuolo resistono, ma non brillano come quando ricoprivano i bagni del mondo intero.
La creatività dei piccoli industriali, quelli che per esempio rifacevano le bocche alle stufe che nessuno voleva più per venderne migliaia agli arabi come forni per agnelli interi, si è offuscata. I vecchi accusano i giovani di non avere più il "pepe nel sedere", di preferire le nottate nelle discoteche ai giri del mondo con la valigia 4 o 5 volte l' anno per piazzare di persona la merce in Indonesia o in Sudafrica. Magari viaggiando con il solo Calendario Atlante De Agostini in tasca per orientarsi, come vidi un modenese disperso fare a Honk Kong. E, vergogna delle vergogne, nelle sere già calde che preannunciano l' arrivo delle zanzare e del caldo bestiale della Bassa, si profetizza cupamente di una Parma che sta scavalcando Modena grazie al terziario, di una Reggio che incalza, di una odiata Bologna ormai irraggiungibile, fortunatamente indietro ancora nella classifica della serie "B".
Una soubrette ormai sfatta Ma devo confessare che queste lamentazioni non mi convincono molto. Come tutta la provincia italiana, che è poi l' Italia, anche Modena ama piangere, truccarsi da soubrette ormai sfatta, farti osservare l' imbarbarimento della modernità nelle insegne delle vecchie, famose osterie, come "l' Aquila Nera" oggi divenuta "Black Eagle" o nei nomi delle bambine, battezzate Sue Ellen, Debora o Sabrina per fare le americane da Tv. Sono storielle dolci e ingannevoli, facilissime da inghiottire quando si trascorre qualche ora in questa Modena sempre deliziosamente malinconica nel suo vecchio centro storico ben restaurato e intonacato di "concio pesto", il rosso mattone d' argilla triturato delle fornaci locali, che dà a tutta la vecchia città la sua struggente tinta calda e perennemente crepuscolare, anche nel sole del mezzogiorno.
Certamente, dalla prosperità modenese oggi in secca, affiorano le carcasse di problemi non più nascosti dall' acqua alta del boom. Per un locale macellaio Cremonini che ha rilevato dall' Iri l' intera catena di fast food Burghy, c' è una Panini, un tempo impero delle figurine, non più di proprietà modenese. Per un industriale come Umberto Severi che crea in una vecchia villa nobiliare in campagna, villa Rangoni Machiavelli, una delle più stupefacenti collezioni di scultura contemporanea al mondo, c'è una vita politica e amministrativa da reinventare sui pezzi rotti del "Triangolo del Cotechino".
Ma, come ormai mi ritrovo a pensare puntualmente ogni volta che nel corso di questo viaggio esco da una città in gramaglie, le cose mi sembrano alla fine meno torve, meno tragiche di quanto le attendessi entrandovi. Quando l' amico Beppe Zagaglia, squisito fotografo di sentimenti modenesi, mi racconta di una sua conoscente ottantenne che va regolarmente a ballare il liscio al Dancing "Isola Verde" perchè lì, dice lei, "si imbarcano" meglio i corteggiatori, riparto sereno. Non è un pensiero nobile né pio, lo so, ma ho l' impressione che i miei cari che dormono nella terra di Modena potranno continuare a riposare tranquilli, fino a quando ci saranno modenesi ottantenni che ancora vanno a "rimorchiare" e celebrano così la vita inestinguibile della loro terra
Tratto da Repubblica dal loro inviato VITTORIO ZUCCONI

giovedì 16 marzo 2017

60 anni di vita

I miei primi 60 anni


Provo  commiserazione per quei  ragazzi di sessant’anni che ritengono nel Lavoro, nella famiglia, nelle  passioni si ritrovi la voglia ed il desiderio di iniziare una nuova vita  dedicandosi ad altre attività,  cercando di affrontare il cambiamento in un modo più complesso e strutturato di quanto non faccia, per esempio, tanta letteratura di stampo americaneggiante, o tanta filosofia new age.

Il cambiamento è inevitabile, ma e’ fisiologico, spesso subìto ed è qualcosa che si sovrappone a singoli aspetti, e’ un insieme di cose, delicate, difficili che non si possono relegare in formulette del tipo: “Se vuoi puoi, basta crederci.” Perché ci sono cambiamenti che hanno a che fare più con ciò che non si può più fare, e che determinano un impoverimento non al contrario, una occasione per scoprire nuove opportunità.
Mi sento sempre piu’ “Sartriano” nel modo di essere e di vivere, da cui traggo alcuni spunti che mi immedesimano in uno stato di non di “Nausea” ma di malessere esistenziale.
Vivi la gioia  quando ci si sente nel pieno delle proprie forze, della propria intelligenza, del proprio potere; quando si compie un'azione, un'azione difficile, e si riesce ad ampliare con essa il potere dell'uomo. Non il proprio potere soltanto, ma quello dell'uomo.
Mettersi ad amare qualcuno, è un'impresa. Bisogna avere un'energia, una generosità, un accecamento… C'è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò mai piú.
Che cosa c'è di più commovente per un cuore d'uomo che l'inizio di un mondo e la giovinezza dai tratti ambigui e l'inizio di un amore, quando tutto è ancora possibile, quando il sole è presente nell'aria e sui visi, come una fine polvere senza essersi ancora mostrato e fa presagire, nell'acre freschezza del mattino, le pesanti promesse del giorno.
Non dovrei lagnarmi, vivo in mezzo alle cose ereditate, ai regali, ed ogni mobile  è un ricordo. Pendole, medaglie, ritratti, conchiglie, fermacarte, paraventi, scialli. Ho armadi pieni di bottiglie, di stoffe, di vecchi vestiti, di giornali, hanno conservato tutto. Il passato è un lusso da proprietari. Ed io dove potrei conservare il mio? Non ci si può mettere il passato in tasca; bisogna avere una casa per sistemarvelo. lo non possiedo che il mio corpo; un uomo col suo corpo soltanto, non può fermare i ricordi, gli passano attraverso.
Il futuro mi trafigge come una spada e mette in discussione perfino il mio diritto d'esistere.
Ecco che cosa ho pensato: affinché l'avvenimento più comune divenga un'avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo. È questo che trae in inganno la gente: un uomo è sempre un narratore di storie, vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse, e cerca di vivere la sua vita come se la raccontasse.  Avrei voluto che i momenti della mia vita si susseguissero e s'ordinassero come quelli d'una vita che si rievoca. Sarebbe come tentar d'acchiappare il tempo per la coda.
Io vedo l'avvenire. È là, posato sulla strada, appena un po' più pallido del presente. Che bisogno ha di realizzarsi? Che cosa ci guadagna? La vecchia s'allontana zoppicando, si ferma, si tira su una ciocca grigia che le sfugge dal fazzoletto. Cammina, era là, ora è qui... non so più come sia: li vedo, i suoi gesti, o li prevedo? Non distinguo più il presente dal futuro, e tuttavia la cosa continua, si realizza a poco a poco; la vecchia avanza per la via deserta, sposta le sue grosse scarpe da uomo. Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all'esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo.


Scopro “l'inferno del quotidiano", le cui categorie non sono il nulla e il vuoto, bensì la nullità e la vacuità di ciò che "è di troppo". La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt'uno col caffè, son io che sono in essa. L’accecante evidenza della gratuita’ delle cose.




Ciao Sartre

mercoledì 22 giugno 2016

MATURITA' SCIENTIFICA 1976



Anno scolastico 1975-1976 – Maturita’ Scientifica


Al Bar Cubana con i soliti Levi’s (orange tab), Clarks desert boot e polo d’ordinanza, scambio quattro chiacchere con una ragazza somala che studia in Italia e mi dice che sua sorella ad Asmara (o Mogadiscio non ricordo bene) in un liceo scientifico italiano ha le prove d’esame pochi giorni prima delle nostre e che le prove sono le stesse. Impazzisco. Gia’ il caldo era soffocante tant’e’ che tanti miei compagni erano riparati in montagna, forse piu’ per conoscere il giovane Vasco Rossi, all’epoca gia’ molto ammirato. Attacco subito con il numero telefonico della sorella: 9 minuti di attesa alla SIP , 9.000 lire di telefonata e la sua promessa quanto prima di un posta aerea con i testi. Mi scappo’ detta la trama con un qualche compagno di classe, mai soffiata fu indebita, mi tampinarono, offrendo anche la vita, fino allo sbugiardamento finale.
Mai arrivato nulla, se la somalina di Modena voleva farsi bella aveva sbagliato la mossa ma soprattutto mi aveva fatto perdere tempo e speranza.
Portavo Fisica come prima materia e italiano come seconda ma un errore del ns commissario Grossi (simpatico ...azzone) mi aveva fatto sbucare filosofia come seconda; di corsa a studiare brani a caso di tutti i filosofi di programma


Ma le sorprese non finirono qui, altri perdevano tempo a cercare di barare

Nel 1976, con una telefonata effettuata la vigilia della prova d'italiano, uno sconosciuto spacciandosi per il provveditore agli studi riuscì a convincere una suora, preside di un istituto pavese, a prendere la busta, contenente i titoli dei temi d'italiano, custodita in cassaforte, ed aprirla rompendo i sigilli di ceralacca con cui si usava garantirne l'integrità, e a farsi leggere il contenuto adducendo a pretesto un possibile errore di trascrizione da correggere. Al termine della telefonata, la preside, colta da dubbi, denunciò l'accaduto. La prova d'italiano venne rimandata su tutto il territorio nazionale, l'esame cominciò con un giorno di ritardo, nel mentre vennero preparati nuovi temi per la prova d'italiano. Questo è l'unico caso noto in cui il contenuto di un testo d'esame venne divulgato in anticipo

Al venerdi’ giorno d’esame di Italiano scelsi un tema per me stimolante che mai avrei pensato di trovarmi di fronte “Liberalismo e movimenti di nazionalità nell’Europa centrale e orientale dal 1848 alla seconda guerra mondiale: il crollo degli imperi plurinazionali e il nuovo assetto sociale e territoriale
Gli altri temi sinceramente non li ricordo

Il sabato mattina ero talmente carico che andai al mare in macchina con altri tre amici alla ricerca di Zac Ferguson, DJ al Papillon, ma finimmo per bighellonare in spiaggia, Dio sa cos’altro si fece e dormimmo in macchina. Il lunedi’ ustionato, scarico fisicamente ma tranquillo mentalmente feci la prova di matematica

Prova di Matematica 1976 . Il presidente leggeva
Fra le seguenti questioni il candidato tratti quelle che ritiene piu adeguate alla sua preparazione.
Tempo concesso: 5 ore.
1. In un sistema di assi cartesiani ortogonali si studi la funzione
                      y =(2x −1)/2x^3
e se ne disegni il grafico. Si determinino i coefficienti dell’equazione y = ax2 + b x in modo che la parabola da essa rappresentata passi per il flesso e per l’ulteriore punto d’intersezione della curva con la tangente inflessionale e si calcoli l’area della regione finita di piano delimitata dalle due curve.
2. Si studi la funzione y = x +2sin x e se ne disegni il grafico nell’intervallo −2π <- font="" x="">π 2. Si determinino le coordinate dei punti comuni alla curva e alla retta di equazione y = x − 2 e si calcoli l’area della regione di piano delimitata dalla curva e dalla retta nell’intervallo indicato.
3. In un cono circolare retto avente per raggio di base e per altezza rispettivamente i segmenti r e hr si inscriva il cilindro avente la base sul piano di base del cono e il volume massimo. Per quale valore di h tale cilindro risulta anche equilatero? In questo caso particolare si trovi anche il cilindro inscritto per il quale è massima la superficie totale.
4. Si dimostri che

Anziche’ svolgere un solo esercizio ne sviluppai 3 tranne l’ultimo; capii che all’orale potevo anche ciccare filosofia ma era quasi fatta; al sorteggio usci’ la lettera L, pertanto ultimo dei candidati,  per cui avevo il massimo del tempo per studiare filosofia e ammirare gli show dei miei compagni davanti alla commissione.
Che spasso! Arrampicatori di specchi, ammagliatori, bypass a non finire sulle domande, pianti di tensione femminili (una volta si chiamavano isterie), magliette e vesti sudate, balbettii ma anche comizi (c’era chi si era fatto il mazzo), peccato non aver registrato.
Al mio turno i componenti della commissione erano cotti, tutti i compagni erano fuggiti in vacanza, me la cavai con una domanda sul prodotto scalare di vettori e sulla legge di Maxwell che ben conoscevo, ma in filosofia su Kant non feci altro che ribadire in modi e forme diverse la certezza di Kant della esistenza di Dio analogamente alla certezza del cielo stellato; non fu il massimo ma non fu una scena muta.
52/60 col buco di filosofia.

Un bel ricordo.

lunedì 27 luglio 2015

PARTE 3 - DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.

PARTE 3 - DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.

Da SALVATORE COSENTINO – Civilta’ Padana - 6 -
SULL'EPIGRAFE DI «GUNDEBERGA QUI ET NONNICA» CONSERVATA NEL DUOMO DI MODENA

L'epigrafe in questione fu rinvenuta nel corso dei lavori di restauro del duomo di Modena effettuati nel 1881, rotta in due parti non combacianti, ognuna delle quali fungeva da base interrata per il sostegno di colonne dell'abside settentrionale della cripta. Si ignora con certezza dove si trovasse in origine: probabilmente essa doveva provenire da un'area di necropoli non molto distante dall'attuale cattedrale, forse interessata verso la fine del IV sec. dalla erezione di una basilica ad corpus dedicata al vescovo Geminiano, intorno alla quale poi si infittirono le deposizioni cristiane . Attualmente l'e-pigrafe si conserva murata su una parete dell'abside settentrionale della cripta del duomo di Modena.
La nostra testimonianza non ci è pervenuta integra, giacché la frattura della lastra, in pietra d'Istria, ha causato la quasi totale perdita della penultima riga dell'iscrizione; a ciò si aggiunge la presenza di una profonda abrasione della pietra che ha provocato la cancellazione di meta’ della terzultima riga, rendendo illeggibili alcune lettere delle parole iniziali delle prime righe.
L’elemento che ha attirato maggiormente l’attenzione dei studiosi e’ certamente l’onomastica della defunta “Gundeberga qui et Nonnica». Tanta attenzione, come spesso accade nella studi storici, è inversamente proporzionale alle attestazioni degli antroponimi in questione, assai scarse. Per quanto riguarda il primo nome, derivato dal germanico
*gunthi «battaglia» e - *bergo «difesa» - «colei che protegge nella battaglia»,
esso compare nella Chronica dello Pseudo Fredegario, nell'Origo gentis Langobardorum, e nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, rispettivamente nella forma «Gundoberga», «Gunperga» e «Gundiperga», cioè la figlia di Agilulfo e di Teodelinda, andata in sposa prima a Arioaldo e poi a Rotari; il nome dovette conoscere una certa diffusione anche in area franca, giacché esso, preceduto dall'apposizione «villa», ha dato origine al toponimo di Gombergean « villa Gumbergera), borgo del comune di Sant-Armand-Longpré, nella Francia centrale, o a località oggi scomparse quali Gunbergen (1272 ca.) e Gomberjan (1319).
Anche per “Nonnica” le attestazione sono scarsissime: cognomen romano, secondo il Kajanto , formatosi attraverso l'ampliamento suffissale -ica da «Nonna», cioè «monaca», esso è citato a mia conoscenza, oltre che nella nostra testimonianza, in un epitafio di Susa di età alto-imperiale, e in un'iscrizione votiva proveniente da Rusguniae, nella Mauretania Caesariensis, databile tra la fine del IV e gli inizi del V.
La funzione con cui l'antroponimo «Nonnica» compare nell'e-pigrafe modenese è quella di agnomen, cioè un nome assunto non dalla nascita, ma nel corso della vita adulta per varie motivazioni.
L'uso di una doppia onomastica, che si sviluppò in Egitto e in Siria a partire da II sec. a.C. come fenomeno di ellenizzazione, consisteva nell’aggiungere al nome locale un nome greco.
Gli studiosi hanno espresso pareri diversi sull'appartenenza etnica di «Gundeberga qui et Nonnica». Al Bortolotti e al Lambertz ella sembrò probabilmente ostrogota; il Bertoni si limitò a considerarla genericamente di ceppo germanico; Fiebiger e Bierbrauer parvero incerti sulla sua ascendenza ostrogota;
Il Violi invece la ritiene longobarda, anche sulla base dell'agnomen «Nonnica», secondo questo studioso derivato per aferesi da "Pannonica”. Vorrei ora porre l'attenzione su un elemento che è stato scarsamente considerato nell'analisi dell'epigrafe di Gundeberga: la sua qualificazione di spectabilis femina. Ci troviamo di fronte non ad un generico attributo positivo di carattere morale, ma ad un appellativo onorifico, se non ad una vera e propria dignitas, con una peculiare valenza pubblicistica. .
Nell'impero tardo antico il termine di spectabilis, esprime dagli inizi del sec. V la posizione giuridica, sociale, economica, propria dei dignitari militari e civili che esercitano funzioni di rango medio, compresi tra gli illustres e i clarissimi . Menzionato
con significato tecnico per la prima volta nel 365 o nel 378 , la speclabilis, si estese a tutti i gradi da proconsul a dux , conferendo ai suoi titolari fino alla metà del sec. V l'appartenenza al senato.
Come tutte le dignitates dell'impero tardo romano e poi bizantino, anche la spectabilitas non era di norma ereditaria. Alla moglie di uno spectabilis veniva trasmessa la condizione del marito e dunque la possibilità di fregiarsi dell'appellativo di spectabilis femina ; sembra inoltre che fosse consentito ad una vedova di continuare a portare il titolo del marito, purché non contraesse un nuovo matrimonio . Invece, quasi certamente la donna non aveva la possibilità giuridica di ottenere per se un titolo di rango, in quanto le era fatto divieto di partecipare alle pubbliche funzioni e in genere di detenere gli officia. .
Se riflettiamo sui punti messi in luce finora riguardo alla epigrafe di Gundeberga, la datatio, l'agnomen di Nonnica e il suo appellativo spectabilis femina. non semhra difficile riconoscere in essi gli elementi di un contesto culturale rapportabile all'area dell'impero. Molto più difficile invece è tentare di precisare i contenuti specifici di tale contesto. L'antroponimo germanico di Gundeberga e l'età della lapide suggeriscono una connessione con le caratteristiche storiche del periodo successivo alla guerra greco-gotica, quando si impose all'elemento ostrogoto sopravvissuto il problema dell'assimilazione all’interno dei quadri della societa’ italica.
Forse fu proprio questo il caso della nostra Gundeberga: gota sposatasi ad un proprietario fondiario o ad un funzionario romeo?
Naturalmente l'interrogativo rimane, ma è difficile interpretare altrimenti l'appellativo di spectabilis [emina, che, come si è già detto, non è un esortativo di carattere morale, ma un termine che nella seconda metà del sec. VI designa un livello di eminenza sociale pubblicamente riconosciuto. Il Lambertz e, dopo eli lui, il Fiebiger, hanno messo in relazione l'agnomen Nonnica con un supposto stato monastico professato della defunta: è noto infatti che il passaggio dalla condizione laicale a quella consacrata era spesso marcato simbolicamente dall'abbandono del proprio nome di battesimo a favore di un nuovo nome. Questa ipotesi appare plausibile sia per la convenienza dell'antroponimo «Nonnica» a esprimere la professione monastica, sia per gli indirizzi della precettistica cristiana che incoraggiavano le vedove ad una vita religiosa, sia, infine, per l'esistenza di diverse comunità femminili di fondazione aristocratica nell'Italia della fine del sec. VI testimoniateci nel Registrum di Gregorio.Magno
Essa invece non appare del tutto convincente per l'interpretazione dell'appellativo di spectabilis [emina, che stride, in quanto evidente connotato di superiorità sociale, con l'ideale egualitario e di abbandono del mondo auspicato dal monacato.
Accanto alla menzionata ipotesi è possibile formulame un'altra per la spiegazione dell'agnomen di Nonnica. Esso potrebbe essere stato assunto dalla donna all'atto della sua reconciliatio dall'arianesimo al cattolicesimo, secondo una prassi che ha degli antecedenti illustri, come quello di «Ereriliva quae et Eusebia», la madre di
Teoderico, e che per un'età cronologicamente più vicina alla nostra epigrafe è confermato dall'onomastica di «Adernut qui et Andreas», il fratello della già menzionata dama Ranilo . Senza accantonare l'ipotesi del Lambertz e del Fiebiger, mi sembra che anche quella appena prospettata possa avere un suo fondamento. In tal caso «Gundeberga qu(ae) et Nonnica» sarebbe una donna di etnia germanico-orientale, probabilmente gota, andata in sposa ad un maggiorente romeo e convertitasi al cattolicesimo. In termini di dinamica sociale un esempio di assimilazione all'interno del ceto aristocratico provinciale emerso dalla fine della guerra greco-gotica.

mercoledì 8 luglio 2015

PARTE 2 - DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.

PARTE 2 - DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.

Il sole sembra aver perduto la sua luminosità, ed appare di un colore bluastro. Ci meravigliamo nel non vedere l'ombra dei nostri corpi, di sentire la forza del calore del sole trasformata in debolezza, e i fenomeni che accompagnano normalmente un'eclisse prolungati per quasi un intero anno. Abbiamo avuto un'estate senza caldo, i raccolti gelati dai venti del nord, la pioggia sembra si rifiutasse di cadere.
Il Sole irradiava la sua luce con una brillantezza simile a quella della Luna per un anno e dal momento in cui questo è avvenuto, gli uomini non furono più liberi da guerre, pestilenze e da eventi mortiferi
Il Sole si oscurava di giorno così come la Luna di notte, mentre l’oceano era in tumulto con nebbie e vapori; dal marzo di quell’anno al giugno dell’anno successivo, ci furono freddo e neve in abbondanza, gli uccelli morivano, gli uomini erano in difficoltà.

535 d.C., Nonnica aveva piu’ o meno dieci anni e da quell’anno vide, e per lungo tempo, un mondo nuovo, tetro, cupo, povero e senza speranza; l’anno successivo fu l’anno piu’ freddo di tutta la storia del nostro continente.
Attorno a se’ una piccola paludosa Modena ricompresa nel perimetro del Canalchiaro, del canal Modonella dove trovavano rifugio gli sbandati delle recenti guerre, Eruli, Goti , Ostrogoti, Bizantini in una forzata e caotica convivenza.
Ma se guardava il cielo perennemente cupo e nero trovava immediatamente la risposta: un dio infinito e trascendente che posava la sua mano fredda sugli uomini.
No, cara Nonnica.
Se tu avessi potuto volare lungo tutto il globo in quegli anni o spaziare la tua mente in altri luoghi avresti potuto capire.
Vola, Nonnica, vola.
I cinesi registrano in quest'anno una fortissima, spaventosa detonazione, udita in tutto il paese e proveniente da Sud
Nel delta del Nilo, per la prima volta a memoria d'uomo, le semine vengono impedite a causa del lento ritrarsi delle acque del fiume, giunto ad un livello di piena di ben 18 cubiti; l'Egitto era la principale fonte di approvvigionamento di grano per Costantinopoli
Sui territori della Venezia, della Liguria e di altre regioni d'Italia si scatena un diluvio di cui non si ritiene esserci stato l'eguale dai tempi di Noè.
Il Tevere arriva a scorrere sopra le mura di Roma, allagandone moltissimi rioni. Nell'anno successivo, invece, si registra una terribile siccità: non piove da gennaio a settembre, il Trentino è invaso dalle locuste.
Il raffreddamento e’ la causa scatenante della peste “giustinianea”, che infuriò per tutta Europa decimandone la popolazione.. Una riduzione delle temperature nella zona in cui il bacillo era endemico (Grandi Laghi africani), con un complesso meccanismo di moltiplicazione legato anche alle abitudini dei ratti, ne avrebbe scatenato una incontrollata proliferazione
Le invasioni di Bulgari ed altri popoli come gli Avari avvenute a partire da quel periodo in tutta la penisola Balcanica fino in Grecia.
Gravi siccità colpirono la Cina settentrionale e si estesero in Mongolia e in Siberia. e la steppa eurasiatica, dove la vegetazione con le sue radici corte, è estremamente sensibile alle condizioni aride.
Come era successo prima in numerose occasioni, i nomadi della steppa e il loro bestiame patirono questo nuovo regime climatico, un gran numero di guerrieri Bulgari invadono i Balcani .
Gli Avari si insediano sul loro territorio a ridosso del Danubio, e per restare incontrastati padroni della zona invitano Alboino ed i suoi Longobardi a prendere la via ormai libera dell'Italia ed insieme ad una imponente massa di Slavi mettono a ferro e fuoco tutta la Penisola Balcanica fino al Peloponneso greco.
Un gran numero di Greci residenti nel Peloponneso fuggono verso l'Italia e la Sicilia alla ricerca di maggiore sicurezza, i cittadini di Patrasso si rifugiano a Reggio, altri del Peloponneso riparano dall'altra parte dello Stretto e fondano sulla costa tirrenica nei pressi di Messina.
Si assiste al trionfo degli Anglo-Sassoni sopra i Celti, al radicamento del Buddismo in Giappone, e all'unificazione del Giappone, alle nuove strutture governative in vari stati dell'Asia, alla decimazione dell'impero romano, all'ascesa dell'Islam, al fiorire della cultura Anasazi, all'aumento del primo impero pan-peruviano, all'abbandono di arianesimo, allo sviluppo di uno stato ebraico in odierno sud dell'Ucraina, che porta alla separazione del ashkenaziti dai giudei "originali"

Vola ancora piu’ in la’ Nonnica, vola dall’altra parte del mondo e scoprine la causa.

Uno dei tanti, terribili vulcani indonesiani, dà vita ad una spaventosa eruzione nello Stretto della Sonda.
In quell’anno tutto il mondo intero fu scosso fin dalle fondamenta, e si scatenarono violenti boati di tuono accompagnati da forti piogge e tremende tempeste e infine il Kapi esplose con un ruggito terribile, andò in pezzi e sprofondò nelle viscere della terra.
Una eruzione vulcanica di immane portata, tale da oscurare il sole e far subire un rallentamento nella crescita degli alberi. L'eruzione lancia nell'atmosfera fra 100 chilometri cubi di materiale, producendo in tal modo una nuvola di spessore variabile fra 20 e 150 metri, su tutto il globo. L'enorme volume di vapore acqueo immesso nell'atmosfera produce enormi nuvole stratosferiche di ghiaccio, causando la parziale distruzione dello strato di ozono; l'insieme di questi fattori causa un raffreddamento globale dell'ordine di 5-10 gradi per circa 10-20 anni.

Spesso e’ la natura che genera la storia
Tutta la tua giovane vita cambiera’ e per tutta la tua esistenza ne subirai le conseguenza, Nonnica, e’ destino degli uomini non poter scegliere quando vivere.

martedì 7 luglio 2015

PARTE 1 - DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.

DONNA GUNDEBERGA – NONNICA (526) – 570 d.C.
Giuseppe Fregni 1895 _ Dalla Accademia Nazionale di Scienze Lettere ed Arti in Modena

In cerca di resti antichi nel Duomo, di lavori d'arte, e nell'esame dei capitelli bellissimi e varii delle piccole colonne, che adornano la Cripta del Santo, e dei quali avremo occasione di parlare in altro momento, mi sorprese un’iscrizione posta in un angolo della medesima, e mi sorprese sì pel nome che in essa vidi scritto, come pel tempo, e pei caratteri in cui fu incisa.
Mi adoprai per vedere se fosse stata illustrata, e con piacere la vidi riportata dal sig. Conte Valdrighi, nelle indicate sue note, colla illustrazione del sig. Pietro Bortolotti.
“Si rinvenne pure, scrive egli, un’epigrafe cristiana, una delle ultime reliquie di Modena Romana, esistente nel cimitero della Basilica primissima di S. Geminiano. L'epoca di questo marmo fu designata dal distinto archeologo Bortolotti al 570 dell'E.V. Anno V del consolato di Giustino.
Segna questa pietra la sepoltura di una Gundeberga probabilmente Gota, o di altra stirpe barbarica.
Ha dessa una croce monogrammatica, graffitavi sotto tra A e Ώ con esempio raro dell'erre latina sostituita nell'alto dell'asta da un ro greco.”

Il Bortolotti così l'ha letta:
(Hic) requiscet in (pa)ce Gundeberga que et Nonnica sp(ectabilis) f(emina) que vixit ann(os) pl(us) me(nus) XLIIII, recessit (s)ub d(ie) prid(e) id(us) iunias (I)ustino Au(gusto)... anno quint(o) ind(ictione) III.
Bortolotti qui notò lo scambio dell'e per la i preludente la moderna pronunzia, qualche solecismo, e la binomia della dama, e prosegue:
“Gundeberga fu dama di conto (spectabilis) e forse per naturalizzazione italica aveva aggiunto al nome nordico il Nonnica di radice latina. Quantunque Alboino avesse occupato parte dell'Emilia, Modena secondo questo monumento sembrerebbe non fosse stata per anco occupata: una donna longobarda al suo primo giugnere non avrebbe adottato un secondo nome Romano.”

Non del tutto mi piacque questa illustrazione per quanto saggia e dotta: quella parola Nonnica, come nome proprio aggiunto, non lo capii: non capii come si potesse dire che Gundeberga fosse binomia, e come avesse aggiunto al nome nordico, il Nonnica di radice latina: queste espressioni mi apparvero un po' velate, e misteriose, un intrigo di parole; mi parve anche non rispondessero al caso, ne’al concetto di un’iscrizione sepolcrale.
Quella Nonnica, dissi io, non vuol dir Nonnica, come nome proprio, o di radice latina, o romana, ma vorrà forse dire Monaca, Suora, Abbadessa, sarà frase barbara, sarà un resto di voce dei Goti, degli Eruli, di Odoacre, di re Arturo, all'assalto della nostra città, e cosa simile.
Non mi piacque nemmeno l'interpretazione data alle altre lettere S. P. F. nelle due parole, e nel concetto di “Spectabilis Femina” sebbene sovente si trovano così interpretate in alcune iscrizione, ma non mi parvero opportune.
Il nome Gundeberga, diss'io, si raccomanda da sé: questo nome fu in uso nei tempi barbari sotto ai Goti, e più tardi si vide ripetuto sotto ai Longobardi, ai Franchi; e si legge diffatti che lo stesso nome portò la figlia della Regina Teodolinda, e le Gundeberghe, le Cuneberghe, le Anselberghe, le Angisberghe, le Giselberghe, e simili si trovano continuamente ripetute come nomi propri delle Donne e di Famiglie ricche, e potenti, e ad un tempo come anche fondatrici, ed abbadesse di conventi: e di conventi ai nomi di San Pietro, di S. Michele, di S. Agata, dei Beati Apostoli, di S. Maria, di S. Salvatore e di tanti altri che per brevità omettiamo, sì nel periodo dei Goti, che dei Longobardi, in modo che a me parve, non avesse donna Gundeberga duopo il titolo di Spectabilis Femina.
Con questi riflessi di volo, mi posi a studiarla, ed ecco ora le mie osservazioni.
Il chiarissimo Bortolotti corse in equivoci non indifferenti e i suoi errori cadono sulla parola Nonnica e su le lettere S.P.F. Che parmi non siano state ben lette ed interpretate, ma comunque ecco le mie impressioni, interessando d'assai questa iscrizione alla storia di Modena.
La parola Nonnica non e' una parola Romana o di radice latina, o classica, o mezza classica, non e' un secondo nome di famiglia illustre, o un nome aggiunto a quello di Gundeberga, invenzione tutte proprie del Bortolotti, ma e' parola tutta barbara, pienamente barbara, che fu in uso, e costumò d'assai negli antichi tempi, e' una parola non binoma, ma da convento, e' grado e titolo di suor professa: nei primi secoli barbari, e subito dopo le istituzioni dei Monasteri in Italia, le più vecchie monache si chiamavano, Nonnae, o Nonnanae, Nonnanes, e da queste voci barbare trae la sua origine il nome Nonnica, che voi vedete inciso su questa lapide, e il Muratori stesso aggiunge che queste suore, così si chiamavano per antichissimo nome:
“Seniores olim Moniales Nonnae, Nonnanae, Nonnanes, nuncupabantur vocabulo antiquissimo, quod nos Lombardi, aliique Italiae Populi retinemus, Avum et Aviam, Nonno et Nonna nuncupantes. Nomen a sera antiquitate ad nos venisse puto, non autem a Graeco, uti Menagius, est opinatus.”
e ben disse il Muratori, non autem a Graeco, e tanto meno poi ancora vi aggiungeremo dal latino antico, e classico, come pare inclini credere i Bortolotti.
Negli antichi tempi Nonni erano appellati i padri, e i proposti alle religioni, col titolo di donni, donni dicti, e le donne Nonnae, donnae. Onde a noi ne venne secondo alcuni e nei secoli barbari il Don, Signore, quasi Donnus, senza attinenza alcuna colla lingua dei Cesari, di Cornelio Nepote, e coi classici tutti dell'alma Roma.
Così Nonnica indicava la superiora di un convento, di un monastero, nome che nello stesso secolo VI e più tardi si convertì in quello di Abbadessa o Badessa che fu a noi da quei tempi tramandato e che tuttora si ricorda e si conserva.
Quindi parmi che l’iscrizione stessa si debba leggere in questo modo, e cioè :
Non insisto troppo sulle parole “Sancti Petri fuit” e cioe’ sulle lettere S.P.F. perché queste tre lettere iniziali possono dare luogo a delle sottigliezze, e da cui dedurne concetti, e nomi diversi, sebbene non saprei come meglio interpretarle: ma non così della parola “Nonnica che e’ la parte fondamentale, importantissima dell’iscrizione: questa deriva, da Nonna, o Nonnana, secondo gli antichi tempi e convertita più tardi e tuttora in uso, col nome di Abbadessa, o Badessa, Signora o Superiora, di un convento.
Questa Gundeberga fu “Nonnica” del convento delle monache di S. Pietro e qui nel giugno del 570 sepolta: alle parole mancanti sulla fine ho aggiunto, tra parentesi, quelle che si leggono nell’iscrizione del Muratori, e che bene la completano, e che in nulla variano il significato e il tempo dell’iscrizione.

Questo nel concetto ma non meno importante e’ l’iscrizione nella sua forma materiale, ed anzitutto pel Monogramma.
Quell’erre non vuole dire Ro ma Requiescit, l’R latino non e’ niente affatto sostituito al P greco.
Quello che voi vedete nella lapide a donna Gundeberga, vuol dire Requiescit in Deo e cioe’ riposa nel Signore e le due lettere alfa e omega vogliono dire principium et finis, ma principius et finis vogliono dire Deus, RIPOSA NEL SIGNORE
Ed eccone la traduzione secondo noi:

Qui riposa in pace Gundeberga, che fu Nonnica, o Abbadessa, del Convento di suore, al nome di San Pietro, che visse più meno 44 anni, e (cioè che visse 44 anni) che morì nel giorno 12 giugno (pridie Idus Junias) sotto l’imperatore Giustino Augusto nell’anno quinto, dopo il consolato del medesimo, e nel’Indizione terza.
Riposa nel Signore

Da quanto si è detto sembraci risultare ad evidenza:

1. che fino dal VI secolo, ed è a ritenere anche prima, fu introdotto in Modena l'uso dei conventi sì dei Monaci, che delle Monache, come in tante altre parti d’Italia; che quello di Sant’Eufemia accennato dal Forni, dal Valdrighi, e dagli storici tutti di Modena come il più antico, perché sorto nel 1079, o in quel torno, non si può più ora sostenere di fronte a questa iscrizione che risale ad assai più lontani tempi, e che parla non solo di una Monaca, ma di un’Abbadessa: e il Diario sacro istoriografo Modenese del 1786 che mette il Monastero di S. Eufemia fondato nel 681, - di che si hanno ricordi nell’epigrafe, che trovasi in un corridoio sovrastante alla cappella maggiore nel tempio di questo nome, - e lo considera come il primo di Modena, si accosta assai più al vero degli altri;

2. che Modena nella metà nel VI secolo non era né distrutta, né una palude, né un ricettacolo d'acqua, come hanno preteso molti storici di Modena; questa iscrizione è una prova palese ed evidente che Modena esisteva ancora in onta alle distruzioni di Odoacre, degli Eruli, e dei Goti, e del bellicoso Arturo l e che entro alle proprie mura vi erano conventi, o monasteri, che non è possibile supporre, senza convenienti locali, e popolazione unita;

3. che questa donna Gundeberga, se si avesse a giudicarla dal nome di fronte alle tante altre sunnominate, sebbene forse d'origine Gota, è a ritenersi di distinta famiglia, ed appartenente ad una delle principali, e regnanti di quei tempi;

4. che l'indicare ad un con vento col nome di S.Pietro ci farebbe supporre fosse dove è l'attuale chiesa di S. Pietro, e dal nome dell’Apostolo, il primo della città.

5. che Modena nella metà di Giugno del 570 non ancora era caduta sotto il dominio dei Longobardi, e questo risponde pienamente a quanto scrive il Muratori nei suoi annali d’Italia sotto l'anno 570, sebbene nell’anno stesso, e più tardi ne fosse invasa: sorte infelice, e comune a tante altre città d’Italia, che prima, e poscia caddero nel loro dominio.

6. che per quanto la lingua latina fosse trascurata anche dai dotti, l'iscrizione sotto l'aspetto del concetto è abbastanza bene redatta, e nella forma comune di quelle, che anche oggi si pongono sulle tombe: ma si veggono in essa i caratteri mal formati, e le traccie palesi, ed evidenti del periodo incolto e barbaro, in cui era caduta l'Italia. Molte altre considerazioni utili si potrebbero dedurre per la Storia di Modena, dalla conoscenza precisa di questa tomba, dalla sua profondità, coll’attuale nostro suolo, se fosse possibile ora rilevare, ma mancando 'io di queste cognizioni, non mi è dato oltre l' esaminarla, del resto come iscrizione della seconda metà del VI secolo, e per noi, per la storia di Modena, e pel letterato, è della massima importanza e considerazione.

giovedì 26 febbraio 2015




1 A prima descendit origine mundi causarum series - Lucano
2 Aequam memento rebus in arduis servare mentem - Orazio
3 Aequat omnes cinis - Seneca
4 Animun debes mutare non caelum - Seneca
5 Ante lucrum nomen - Sconosciuto
6 Assidua stilla saxum escavat - Erasmo da Rotterdam
7 Difficile est longum subito deponere amorem - Catullo
8 Discite o miseri, et causa cognoscite rerum, quid sumus, et quindam victuri gignimur - Persio
9 Divitae bonu non sunt - Seneca
10 Dubium sapientiae initium - Cartesio
11 Dum differtur vita transcurrit - Seneca
12 Cum ames non sapias, aut cum sapias non ames - Sconosciuto
13 Etiam capillus unus umbram suam - Publilio Siro
14 Fac omnes horas complectere - Seneca
15 Fatum omnia rotat - Anonimo
16 Felix qui potuit rerum cognoscere causam - Virgilio
17 Fortuna ius in mores hominis non habeat - Seneca
18 Homo mundus minor - Boezio
19 Homo quisque faber ipse fortunae suae - Sconosciuto
20 Imperare sibi, maximum imperium est - Seneca
21 Impossibilium nulla obbligatio est - Celso il giovane
22 In rebus dubii plurimi est audacia - Sconosciuto
23 Infidum hominem malo suo esse cor datum - S.Agostino
24 Is minimo eget mortalis qui minimum cupit - Seneca
25 Iucundum... nihil agere - Plinio il giovane
26 Iuvat ire per alta astra - Ovidio
27 Labitur occulte fallitque volubis aetas - Ovidio
28 Laetus deget cui licet in diem dixisse: vixi - Orazio
29 Lepores duo insequens neutrum capit - Apostolio
30 Lis est cum forma magna pudicitiae - Ovidio
31 Magnus animus adversam fortunam non timet - Seneca
32 Mutare quod non possis, ut natum est, feras - Sconosciuto
33 Nec quae praeterit, hora redire potest - Ovidio
34 Nihil est dictu facilius - Terenzio
35 Nihil est in intellectu quod non fuerit prius in sensu - San Tommaso
36 Nihil est magnum somniant - Cicerone
37 Nihil inimicus quam sibi ipse - Cicerone
38 Nihil sine magno labore vita dedit mortalibus - Orazio
39 Nitimur in vetitum semper cupimusque negatum - Ovidio
40 Non aetate verum ingenio apiscitur sapientia - Plauto
41 Nos exiguus tempus habemus, sed multum perdimus - Sconosciuto
42 Nulla fluat cuius non memenisse velis - Sconosciuto
43 Nullius boni sine socio iucunda possessio est - Seneca
44 Numquam quiescere - Sconosciuto
45 Omnes crede diem tibi diluxisse supremum, grata superveniet quae non superabitur hora - Orazio
46 Paratae lacrimae insidias, non fletum indicant - Sconosciuto
47 Parvulae serpentes non nocent - Quintiliano
48 Qui e nuce nuculeum esse volt, frangit nucem - Plauto
49 Quid dulcius quam habere, quicum omnia audeas sic loqui ut teum? - Cicerone
50 Quis habet fortius certamen quam qui nititur vincere seipsum ? - Da Kempis
51 Quod in iuventute non discitur, in matura aetate nescitur - Cassiodoro
52 Ridente dicere verum, quid vietat? - Orazio
53 Rumores fuge, ne incipias novus auctor haberi: nam nulli tacuisse nocet, noct esse locutum - Catone
54 Sapere aude - Orazio
55 Sapientis est numerare horas - Sconosciuto
56 Scribenti recte sapere est princium et fons - Orazio
57 Sol omnibus lucet - Petronio
58 Stat sua cuique dies - Virgilio
59 Stultorum incurata pudor malus ulcera celat - Sconosciuto
60 Tardiora sunt remedia quam mala - Tacito
61 Tempora sic fugiunt pariter pariterque sequuntur et nova sunt semper - Ovidio
62 Timeo hominem unius libri - S. Tommaso
63 Ubi fata peccant, hominum consilia excidunt - Sconosciuto
64 Veritas filia tempore - Gellio
65 Vita sine proposito vaga est - Seneca

giovedì 17 luglio 2014

Il sonno della ragione genera mostri

Il sonno della ragione genera mostri
Finche’ non lo vedi in prima persona o finche’ non te lo senti raccontare non riesci a capacitarti di quali mostri puo’ produrre la trinita’ Legge – Morale – Ragione e come si riuscira’ a sconfiggerli, qui, a Modena
Per Kant la ragione è fondamento della morale, e la ragione è comune a tutti gli uomini: quindi il principio morale (l’imperativo categorico) vale per tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro cultura o società, e anche la legge deve essere letta non solo come un insieme di regole ma come una utilita’ sociale.
Per Goya “ Il sonno della ragione genera mostri”.
La critica alla ragion pratica fissa dei punti fermi; la ragion pratica (cioè la ragione che ci guida nell’agire) deve essere autonoma (non può avere motivazioni esterne), deve essere un principio formale (non ha senso la casistica) e deve riferirsi a principi universali (cioè validi razionalmente per tutti).
L’azione morale non può avere ragioni esterne, ma deve essere autonoma: è un senso interno del dovere morale che la muove.
Una azione giusta va fatta perché è giusta, per senso del dovere, non per benefici che ne possiamo trarre.
Va fatta per imperativo categorico.
L’obbligazione morale che abbiamo dentro di noi in quanto essere razionali; un a priori (una “regola prima delle azioni”) universale.
“Agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nella stesso tempo che essa divenga una legge universale”.
Non si prescrive questa o quella azione, ma come determinare la propria volontà e fornisce al tempo stesso un criterio per decidere circa la moralità di una azione, legandola a un principio generale.
In parole molto povere di fronte a una azione dobbiamo chiederci se essa , o meglio i criteri con cui operiamo con essa, possono essere criteri universali, cioè validi per tutti.
Un’altra formulazione dell’imperativo categorico è la seguente.
“Agisci in modo da trattare l’umanità, tanto nella tua persona quanto nella persona di ogni altro, sempre nello stesso tempo come fine, mai come mezzo”.
Infatti nessun fine che sia dato come oggetto esterno può essere assunto come fondamento della moralità.
Dunque l’unico fine chè può essere moralmente proposto è l’uomo stesso come valore assoluto.
Un terza formulazione: agisci in modo tale che “la tua volontà possa, in forza della sua massima, considerare sé stessa come istituente nello stesso tempo una legislazione universale” cioè la tua volontà sia autonoma, legge a se stessa.
Fino ad oggi credevo che l’unico mostro generato dal sonno della ragione fosse la TV; ora so che non e’ l’unico mostro.
A voi l'inferno.
...Tra questa cruda e tristissima copia corrëan genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. 
Ed ecco a un ch’era da nostra proda, s’avventò un serpente che ’l trafisse là dove ’l collo a le spalle s’annoda. 
Né O sì tosto mai né I si scrisse, com’el s’accese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse; e poi che fu a terra sì distrutto, la polver si raccolse per sé stessa e ’n quel medesmo ritornò di butto. 
Così per li gran savi si confessa che la fenice more e poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba né biado in sua vita non pasce, ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, e nardo e mirra son l’ultime fasce. 
E qual è quel che cade, e non sa como, per forza di demon ch’a terra il tira, o d’altra oppilazion che lega l’omo, quando si leva, che ’ntorno si mira tutto smarrito de la grande angoscia ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa, che cotai colpi per vendetta croscia! ...





domenica 25 agosto 2013

Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud

E' la persona che vedo per prima tutte le volte che esco di casa; Arthur Rimbaud, il grande maledetto. Non so di chi sia il murales, ma spero che il Comune non lo cancelli:  illumina tutto il portico di genio, talento e sregolatezza.

(Un hydrolat lacrymal lave
Les cieux vert-chou:
Sous l'arbre tendronnier qui bave,
Vous caoutchoucs…)

LE MIE PICCOLE INNAMORATE
Un lacrimale infuso lava
i cieli verde cavolo:
sotto l'albero gemmante che sbava
i vostri caucciù
bianche di lune particolari
come ammassi tondeggianti,
sbattetevi per le ginocchiere,
o, mie laidone!

Un certo periodo ci amavamo,
o laidezza blu!
E uova alla coque mangiavamo
e semi di scagliola!
Una sera, tu mi consacrasti poeta,
o bionda laidezza:
vieni qui, che io possa frustarti
sulle mie ginocchia;
ho vomitato la tua brillantina
o nera laidezza:
tu potresti tagliare il mio mandolino
col filo della fronte.
Puah! Le mie salive seccate
o rossa laidezza
ancora infettano le trincee
del tuo seno rotondo!
O mie piccole innamorate
come vi odio!
Coprite di dolorosi schiaffi
le vostre laide tettone!
Calpestate le mie vecchie terrine
del sentimento:
- Su, dunque! Siate le mie ballerine
per un momento!...
Le vostre scapole si slogano
o miei amori!
Con una stella sui vostri reni azzoppati
fate giravolte!
Ed è proprio per questi pezzi di carne
che ho scritto rime!
Vorrei spezzarvi le anche
per avervi amato!
Stupido ammasso di stelle fallite,
andate a nascondervi!
- Voi creperete in Dio, imbastite
d'ignobili cure!
Sotto le lune particolari
come ammassi tondeggianti
sbattetevi per le ginocchiere,
o mie laidone!
A.R.

giovedì 24 gennaio 2013

Edifici Scolastici Temporanei - EST - Ricostruzione post sisma


Con profonda stima per tutti coloro che, motivati da un obiettivo nobile,  hanno lavorato nella Struttura Tecnica del Commissario Delegato presso la Regione Emilia Romagna  per la ricostruzione degli edifici scolastici denominati EST (Edifici Scolastici Temporanei), compreso lo scrivente, senza trascurare l'assoluto impegno delle imprese nel rispetto dei tempi e, per i contenuti del blog, da intendersi solo come hobby, socializzo le 28 schede dei singoli interventi eseguiti

LINK - Edifici Scolastici Temporanei - Ricostruzione post sisma

domenica 16 dicembre 2012

Se ti dico delfini - Le colonne del chiostro

A pagina 135 del libro pubblicato per il ventennio della Biblioteca Delfini


Le colonne del chiostro


Con la stessa trepidazione di un bambino che sta per rivedere i propri genitori dopo un’assenza prolungata, varcai la soglia del portone del Palazzo Santa Margherita di Modena, mi infilai sul lato del chiostro interno che porta alla Biblioteca Delfini e rividi i colonnati di bordo del chiostro.
Conoscevo tutto di loro, il nome, il cognome, la data di nascita e l’intrinseco significato che avevano avuto nella mia formazione come uomo e come professionista.
Con gioia mi fecero affiorare ricordi di un passato non troppo lontano.

Il professore di Analisi matematica II mi prese il libretto universitario, lo sfogliò, mi guardò fisso negli occhi e mi invitò a riprenderlo ma non sottoscrisse il voto d’esame.
“Meglio un valido artigiano che un mediocre ingegnere – sentenziò – se vuole continuare gli studi torni alla prossima sessione d’esame”.
Stimatissimo docente di Analisi algebrica e infinitesimale e di Analisi I e II al Biennio di Ingegneria era famoso per la sottile ironia con cui formava gli studenti universitari; una volta, in sede di prova scritta, si avvicinò ad una delle poche studentesse di ingegneria e le chiese:
“Lei, signorina e’ capace di fare un buon ragù alla bolognese?”
Al ché le seguì un forte imbarazzo e la comparsa di un improvviso rossore alle guancie.

Avevo commesso l’errore di presentarmi impreparato nella prima prova d’esame e, se e’ vero che nelle relazioni interpersonali quello che conta sono i primi quattro minuti, beh, stavo pagando pesantemente quell’errore, in quanto seguirono altri due vani tentativi.
In quel caldo mese di luglio di tanti anni fa, seduto sul muretto del chiostro di Santa Margherita, rimurginavo su obiettivi che sembravano sempre più lontani, sulle difficoltà che avevo incontrato all’università’, avevo persino messo in dubbio le mie capacità ed una domanda mi assillava:
“Cosa avrei voluto fare del mio futuro ?”.

Il complesso di Santa Margherita era appena stato restaurato, una biblioteca completa di sale di lettura, un elegante chiostro esterno bordato da colonne ottagonali in muratura, poi venne la Galleria Civica, un bar, insomma, tutto ciò di cui ha bisogno uno studente che non ama studiare a casa.
A casa mi sembrava di essere un peso, una persona non integrata che poco aveva in comune con la frenesia dei genitori impegnati nel loro lavoro, ed i nonni indaffarati nelle loro questioni domestiche; oltre a ciò, le imbarazzanti domande sul “come va”, “quando hai gli esami”, mi portavano spesso alla fuga da casa e la Biblioteca mi sembrava il luogo più ospitale.
La Biblioteca Delfini mi restituiva una nuova familiarità, una nuova forma di solidarietà con altri studenti che come me, vivevano le stesse ansie.
Cosa avrei voluto fare del mio futuro non lo sapevo ancora ma sentivo le gambe fragili.
Avevo anche provato a lavorare presso una compagnia di assicurazioni, l’Alleanza Assicurazioni.
Spulciavo fra gli elenchi comunali i nomi e gli indirizzi dei nuovi nati a Modena, mi recavo a casa dei loro genitori che, trascinati dall’emotività e felicità del momento, a volte firmavano una polizza vita.

Si sedette sull’adiacente muretto proprio sotto la successiva volta a crociera del camminatoio del chiostro, una ragazza, si chiamava Cristina,  anch’essa frequentatrice della biblioteca che in modo scanzonato mi disse:
“Se avessimo anche noi la stessa solidità di queste colonne”.
Da buon aspirante ingegnere recitai la mia parte.
“Sono colonne in mattone, una resistenza di circa 30-40 kg al centimetro quadrato, una sezione di circa 1000 centimetri quadrati, in tutto ciascuna colonna porta dalle trenta alle quaranta tonnellate.”
Cristina contò le colonne.
“In tutto sono ventiquattro colonne... su quattro lati... studi ingegneria ?”.
Non le risposi. Cominciai a pensare. Ventiquattro colonne... Ventiquattro esami, mi mancano ventiquattro esami, una colonna per esame... ed anche mio palazzo sarà per sempre stabile.
Accennai, distratto da questi nuovi pensieri:
“Anche noi come questo palazzo siamo dotati di colonne... di basi più o meno solide su cui costruiamo il nostro futuro”.
“Le tue sono già state costruite o sono in costruzione ?”
Era già una diventata una sfida con me stesso.
“Te lo saprò dire presto.”
E intanto in me si era innescato il tormento... Ventiquattro colonne...Ventiquattro esami...

Sbiennai da Modena a Bologna per il triennio con due esami arretrati pesantissimi, con nuovi professori, nuovi programmi sempre per gli stessi corsi; in caso di ulteriori bocciature avrei perso di botta un anno.
In Analisi Matematica II presi 30/trentesimi.
Da Bologna corsi alla volta della Biblioteca Delfini senza prendere fiato, prima con il bus, poi con il treno, e via di corsa per dire a Lei e a tutto il mondo che avevo costruito la mia prima colonna.
Entrai nel chiostro e vidi con somma sorpresa nella prima colonna d’angolo l’immagine di un montone, simbolo della tenacia.
Era lo specchio allucinato della mia prima colonna interiore costruita o quello che vedevo era davvero l’essenza della realtà della colonna stessa?
Feci poi l’esame di meccanica Razionale, l’ultimo del biennio, un 27/trentesimi maturato da una domanda su un tema che avevo giusto ripassato la sera prima.
Alla seconda colonna del chiostro vidi indistintamente l’immagine di Tiche, la Dea della fortuna; non era più un caso o un’allucinazione, ed oltretutto le immagini, alla mia vista, rimanevano permanenti sulle colonne.
Ipotizzavo che il comportamento tenuto nello studio e nelle prove d’esame andasse ad influenzare sia l’immagine che il significato intrinseco della colonna.
L’unica eccezione fu per l’esame più importante del triennio, Tecnica delle Costruzioni; durante la notte sognai Ares forte, sicuro di sé, pronto per la lotta.

A questo punto era un susseguirsi di ore studio, di prove di esame senza soluzione di continuità, una droga, con una continua eccitazione alla scoperta della verità. Finito un esame, ricominciavo gia’ dal giorno successivo con uno nuovo.
Ad ogni esame sfilavo il velo di Maya di una colonna del chiostro, e riuscivo a vedere l’essenza della realtà laddove, per tanti, si nascondeva e rimaneva celata.
Meno filosoficamente stavo costruendo le mie colonne portanti con la percezione precisa che una volta costruite sarebbero state per sempre la mia base portante.
Ed ecco la musa Clio, colei che rende celebri, ed Erato, colei che provoca desiderio; in Erato vidi l’immagine di Cristina che mi accompagnava nella vita. E fu davvero così.
E poi ancora Dike, una vergine figlia di Zeus e di Themis, che si identifica con la giustizia.
Dopo l’esame di Composizione Architettonica ebbi il piacere di veder comparire Apollo, dio dell’arte.
Non molto tempo dopo ecco la dea della saggezza Atena, e poi Ercole il semidio che impersona la forza.
Comparirono i simboli delle virtù cardinali quali la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza nonché di quelle minori come l’abilità, la capacità, il talento, l’onesta’ e la lealtà.
All’ultimo esame e quindi all’ultima colonna vidi il volto sorridente e giulivo di Dioniso, dio dell'estasi e della liberazione dei sensi, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.
Sì, era ora di festeggiare, l’obiettivo era raggiunto e nulla avrebbe più potuto incrinare la certezza della stabilità delle mie basi interiori.

In seguito rividi  lo stimatissimo e conosciutissimo professore modenese di Analisi Matematica II nelle sue nuove vesti di membro del Consiglio Direttivo e Gran Maestro della Consorteria dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Spilamberto.
Ebbi modo di salutarlo e di ricordargli che dopo essere stato così tartassato in analisi matematica II, a Bologna feci un grande esame.
Mi chiese notizia sulla mia attuale occupazione e di rimando alla risposta sbottò con un:
“Ecco perché l’Italia sta andando così male.”
Era ancora lui, gli anni non lo avevano cambiato, così come erano rimaste solide ed intatte le colonne di bordo del chiostro del Palazzo di Santa Margherita.


mercoledì 21 novembre 2012

Vita da pendolare - 6


Una sorpresa alle 7.00 del mattino lungo il marciapiede della stazione di Modena : la ciechina di Sorrento.
In realta’ si tratta di Sandro Corradini ex portiere di calcio della Marshall, ex portiere di calcio nella squadra di calcio in cui giocavamo per diletto e per svago circa trenta anni fa.
Un gatto fra i pali, interventi strepitosi con palla vicina, difficolta’ con i tiri da lontano, dovuta ad una miopia che lo ha sempre costretto all’uso di occhiali.
Di qui il soprannome di ciechina di Sorrento; era Giuliano Giacobazzi che attribuiva i soprannomi o i nomignoli a tutti noi.
La "ciechina di Sorrento" era la figlia di un possidente di Sorrento ed era cieca da molti anni per lo choc riportato assistendo, bambina, all'assassinio della madre. Guarisce per le cure di un buon dottore innamorato. Altro choc: il suo fidanzato è l'antico assassino. Stavolta, però, la vista non la perde: l'assassino sarà punito, la ciechina sposerà il dottore. Un drammone. Gia’ film nel 1934, fu tratto dal romanzo di Francesco Mastriani.
Io vado verso sud, lui e’ in partenza verso nord per Milano con un Freccia Bianca per una riunione del Comitato Termotecnico Italiano, riusciamo a scambiare dieci minuti di aggiornamento rispetto ai trenta anni del nostro oblio.

Nello stesso momento in cui cambi le abitudini gira la ruota delle persone che vedi e che rivedi e che avevi relegato nelle zone d’ombra della tua mente.

Un’altra mattina, sempre al marciapiede n. 3 rivedo Marco Villani in arte Chicco; non mi riconosce, d’altra parte con i capelli lunghi, barba folta e tabarrato da inverno inoltrato potrei essere scambiato per un clochard.
E’ sempre vestito in modo impeccabile a dimostrare una autostima che non si e’ offuscata con gli anni; da giovane aveva un motorino Ciao della Piaggio e lo vedevi arrivare sempre insieme con la Betty la sua fidanzatina anche lei dotata di analogo motorino; sui serbatoi rispettivamente le firme Chicco e Chicca.
In partenza verso Napoli dopo attualmente lavora.



martedì 9 ottobre 2012

Vita da pendolare - 5

Lo si incontra dalle 6.00 alle 6.30 del mattino. E’ un uomo di colore, tarchiato, ben vestito, con un trolley sottomano ed una voce squillante. Predica. All’esterno della stazione nella zona pensiline, in piedi rivolto verso l’ingresso della stazione. Gia’ prima dell’ingresso sul vialetto della Stazione si sente da lontano il suo tono di voce. Intorno a lui l’indifferenza generale fa capire che si tratta di un personaggio conosciuto che si esibisce spesso.

“…ascoltate la parola dal libro di Geremia. Ascoltate la parola che l'Eterno vi rivolge. Così dice l'Eterno: non imparate a seguire la via delle nazioni e non abbiate paura dei segni del cielo, perché sono le nazioni che ne hanno paura. Poiché i costumi dei popoli sono vanità: infatti uno taglia un albero dal bosco, il lavoro delle mani di un operaio con l'ascia. Lo adornano d'argento e d'oro, lo fissano con chiodi e martelli perché non si muova. Stanno diritti come una palma e non possono parlare; bisogna portarli, perché non possono camminare. Non abbiate paura di loro, perché non possono fare alcun male, né è in loro potere fare il bene.
Nessuno è simile a te, o Eterno, tu sei grande e il tuo nome è grande in potenza.”

Non chiede nulla, non guarda nessuno, gli passo davanti per l’ennesima volta ma non si accorge di nessuno, e‘ troppo concentrato con il sermone riportante i versetti del libro di Geremia, 10.

“Chi non ti temerebbe, o re delle nazioni? Sì questo ti è dovuto, perché fra tutti i savi delle nazioni, in tutti i loro regni non c'è nessuno simile a te. Sono tutti insieme stupidi e insensati; il loro idolo di legno è una dottrina di nessun valore.
Ma l'Eterno è il vero Dio egli è il Dio vivente e il re eterno. Davanti alla sua ira trema la terra e le nazioni non possono reggere davanti al suo sdegno. Così direte loro: "Gli dei che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e di sotto il cielo.”

Riprende fiato

“Egli ha fatto la terra con la sua potenza, ha stabilito il mondo con la sua sapienza e con la sua intelligenza ha disteso i cieli. Quando emette la sua voce c'è un fragore di acque nel cielo; egli fa salire i vapori dalle estremità della terra, produce i lampi per la pioggia e fa uscire il vento dai suoi serbatoi.
Ogni uomo allora diventa insensato, privo di conoscenza, ogni orafo si vergogna della sua immagine scolpita, perché la sua immagine fusa è falsità e in essa non c'è spirito. Sono vanità, lavoro d'inganno, nel tempo della loro punizione periranno…”

A domani mattina